La Storia - WAZA DO

A.S.D. WAZA DO JIU JITSU
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La Storia

WAZA DO
ALCUNI CENNI SUL JIU JITSU IN GIAPPONE
La nascita del jiu jitsu è avvolta nella leggenda e gli stessi cultori sono divisi circa il luogo delle sue origini poiché taluni lo  fanno risalire alla Cina, altri al Giappone ed altri ancora al Tibet. Vi sono leggende diverse sulla creazione di questo  sistema di lotta, ma tutte hanno in comune un particolare: un giorno un tale, ( per alcuni un samuraj, per altri un medico )  vide tra decine di alberi stroncati dalla neve, un salice che ritornava a svettare verso il cielo, dopo essersi liberato del  pesante mantello. Tutte le leggende concordano che dall'osservazione di tale fatto nacque il principio del jiu jitsu di piegarsi alla forza per poterla neutralizzare e, dall'applicazione di quanto sopra, vennero creati centinaia di movimenti  utili allo scopo.
Per secoli il jiu jitsu fu appannaggio della casta dei nobili e dei Samuraj: era una lotta terribile, senza esclusione di colpi,  che spaziava dal corpo a corpo fino ai combattimenti con le innumerevoli armi in uso all'epoca. Era altresì diviso tra  varie scuole che, al pari di vere e proprie sette, portavano avanti ciascuna un proprio sistema diverso di insegnamento  con tanto di "tecniche segrete", che veniva trasmesso solo ai più ferventi iniziati.
Con l'avvento delle armi da fuoco queste lotte persero progressivamente importanza e si giunse così alla fine  dell'ottocento, quando il Professor Jigoro Kano ne trasse uno sport agonistico che chiamò Judo: da tale momento in  parecchi considerarono il jiu jitsu ufficialmente estinto, anche se a tutt'oggi esistono ancora in Giappone diverse scuole  che lo coltivano, scuole che non sono aperte al grande pubblico.
Fra i primi a portare il jiu jitsu in Italia vi furono i marinai e gli ufficiali della nostra Marina Militare, facenti parte dei corpi  di spedizione italiani in Cina e il Maestro Bianchi fu uno di questi pionieri.
 

INTRODUZIONE DEL M° REBAGLIATI

Da diverso tempo ricevevo delle richieste da parte di miei atleti, volte alla stesura di un documento sia storiografico che esplicativo sul jiu jitsu che ormai da tanti anni cerco di divulgare e, finalmente, mi sono lasciato convincere, anche perché io stesso ne sentivo la necessità.
Il jiu jitsu che io insegno oggi, lo dico subito ben chiaro, è lo stesso che insegnavo oltre 15 anni fa, quando ero Dirigente Federale nella Federazione Nazionale Autonoma JIU JITSU, fondata dal compianto M° Gino Bianchi.
Ho tenuto a precisare quanto sopra, perché essendo questo un promemoria destinato agli atleti dell'Unione Gruppi Jiu Jitsu, essi sappiano cosa rispondere quando qualche allievo dei miei ex colleghi, passati ad altre federazioni, dirà loro che il sottoscritto non insegna il "Metodo Bianchi".
In questi ultimi anni ho assistito ad un progressivo degradamento e impoverimento della "Dolce Arte" e solo l'attaccamento al jiu jitsu dei molti amici che ho nell'U.G.J. mi ha impedito di smettere di interessarmene. Qualcuno dei miei ex colleghi è passato sotto la FE.SI.KA., molti altri sotto la F.I.K. e tutti quanti hanno dovuto rinunciare a parte della classificazione delle cinture, alla prova di "F.G.", allo stesso nome di jiu jitsu, alla propria individualità …..alcuni chiamano la "Dolce Arte" ju jutsu, altri ju jitsu e nessuno ricorda più che il Maestro Bianchi non perdeva occasione per spiegare quale era il vero nome del Suo Metodo.(Omissis).

 
IL METODO BIANCHI

Il Maestro Bianchi, diversamente da altri che portarono il jiu jitsu in Italia come lo avevano imparato, lo modificò adattandolo al nostro modo di pensare.
Lasciamo la spiegazione di ciò allo stesso Maestro Bianchi:

"Essendomi reso conto delle difficoltà che incontrano gli occidentali nell'adattarsi ad alcune discipline orientali per le diverse abitudini di vivere e di pensare, venni nella conclusione di fare in modo che ogni occidentale potesse essere introdotto nella conoscenza dell'autodifesa, senza intaccarne le abitudini e senza deviarlo dai suoi rituali movimenti ed in particolare, senza costringerlo a fare cose che la sua origine di occidentale non gli permette di fare. Insomma orientalizzarlo quel tanto che basti per certi tipi di esercizi".
(La Dolce Arte del Samurai - Genova 1956)

Bianchi, seguendo questi principi, scompose quanto aveva appreso e lo riordinò in settori numerati che tenevano conto di prese e di sistemi di attacco tipicamente occidentali ed introdusse un nuovo sistema di entrata nelle tecniche fondamentali d'anca e di sollevamento. Un'altra innovazione fu data dal fatto che i vari movimenti non furono più identificati con termini giapponesi, ma con corrispondenti termini italiani.
Il jiu jitsu che derivò da tali mutamenti risultò un sistema di difesa e di allenamento psicofisico più consono alla mentalità occidentale.
Nel 1956, Bianchi diede alle stampe un libro che descriveva il suo metodo con serie di fotogrammi molto particolareggiati e che conteneva il primo abbozzo di regolamento di quella che Egli volle definire la "Dolce Arte", durante le gare agonistiche.
In seguito il sistema illustrato nel libro subì dei cambiamenti e fu sostituito, mentre a Savona, che fu il primo centro di divulgazione fuori dalla provincia di Genova, alcuni atleti del Maestro Bianchi presero ad insegnare il jiu jitsu in maniera diversa, pur lasciandolo integro nella sostanza.
La diversità dal metodo originale consisteva nell'insegnare le tecniche in progressione di difficoltà e tale variazione fu perfezionata in seguito dal Maestro Rebagliati e divenne, dal 1959, il programma della palestra Priamar di Savona, programma che in seguito fu trasmesso all'Unione Gruppi Jiu Jitsu. Il Maestro Bianchi considerò tale derivazione parte integrante del proprio metodo e, a conferma di ciò, nell'ottobre del 1960 consegnò alla palestra Priamar di Savona il gagliardetto che veniva conferito alla società che praticavano il Metodo Bianchi.

IL JIU JITSU METODO BIANCHI FINO ALLA MORTE DEL MAESTRO

Dalla Sua Genova, Bianchi cominciò a divulgare il jiu jitsu in Liguria che ancora non sapeva cosa fosse la lotta giapponese.
Faceva il bidello in una scuola statale e continuò a farlo fino alla morte, senza trasformare la "Dolce Arte" in un mestiere che avrebbe reso anche bene in un ambiente in cui non esisteva la concorrenza. Al contrario, dedicò parte della propria vita di organizzatore nato, a regolamentare il proprio metodo secondo dettami federativi: nacque così l'O.L.D.J. (Organizzazione Ligure Divulgativa jiu jitsu) e in seguito, con l'ampliamento della Federazione, la F.A.N.J. (Federazione Autonoma Nazionale Jiu jitsu).
Il jiu jitsu, in questo periodo, si presentò a Genova e all'Italia con centinaia di gare e di manifestazioni a carattere divulgativo (eseguite per lo più a scopo di beneficenza) e con il suo primo congresso che si tenne a Genova nel 1960.
Nel 1964, mentre si recava al lavoro, Bianchi venne meno sui gradini della chiesa del Carmine, dopo aver insegnato ad oltre 5000 atleti le tecniche della Sua "Dolce Arte".
Negli ultimi anni della Vita del Maestro infuriarono più che mai accese polemiche tra il jiu jitsu e il judo, neo arrivato, i cui istruttori, non potendo comprendere come potesse esistere una lotta giapponese "occidentalizzata", giunsero spesso a offendere lo stesso Maestro Bianchi.


IL JIU JITSU METODO BIANCHI FINO ALLA FONDAZIONE DELLA NUOVA F.A.N.J.

Con la morte del M° Bianchi molti pensarono che il suo metodo dovesse estinguersi, ma non fu così. Si riunirono infatti a Genova alcune Cinture Nere di jiu jitsu, tra le quali i massimi gradi della agonizzante F.A.N.J.: Maestri Foralosso IV dan, Orlandi III dan, Rebagliati III dan, che gettarono le basi di un nuovo Statuto Federale. La nuova Federazione ebbe ancora il nome di Federazione Autonoma Nazionale Jiu Jitsu, volendo ciò significare la continuazione del Metodo. E' di questa epoca il secondo Congresso del Jiu Jitsu, tenuto a Genova Nervi, nel quale si discusse di allargare l'impostazione agonistica della "Dolce Arte". Ad Esso partecipò anche il M° Devoto che, pur essendo derivato dal metodo Bianchi, aveva per anni vissuto al di fuori delle varie Federazioni succedutesi e di lì a poco avrebbe aderito al nuovo organismo.
La F.A.N.J. era eretta da un Consiglio Direttivo formato da tecnici e, con il passare del tempo, si sentì la mancanza di una commissione amministrativa e si giunse alla creazione di quest'ultima.
Intorno al 1969 avvennero dei fatti non proprio edificanti: una parte delle palestre aderenti alla Federazione presentò perentoriamente una candidatura a vita a Direttore Tecnico della F.A.N.J., minacciando in caso di rifiuto, la scissione. Altri gruppi federati tra cui i rappresentanti Savonesi, ribatterono che il Direttore Tecnico, in ossequio allo Statuto, doveva essere rieletto ogni due anni e che non erano disposti a transigere. Si giunse così alla scissione e i gruppi secessionisti di lì a poco, unilateralmente, procedettero ad avanzamenti di cintura nella categoria Maestri; i due tronconi di Federazione continuarono per qualche tempo ognuno per proprio conto. A questo punto la Commissione Amministrativa della F.A.N.J. propose lo scioglimento dei due tronconi Federali, mediante la convergenza degli stessi in un nuovo organismo che avrebbe dovuto chiamarsi Federazione Nazionale Jiu Jitsu, il cui statuto sarebbe stato redatto con atto notarile. Nell'ultima riunione della F.A.N.J., prima dello scioglimento, il Consiglio Federale deliberò la promozione in massa dei Maestri della stessa, affinchè nella nuova federazione si trovassero sullo stesso piano dei secessionisti che si erano avanzati di grado; tale proposta fu accettata nonostante la fiera opposizione dei rappresentanti Savonesi i quali obiettarono che i gradi superiori dovevano essere conferiti per meriti verso il jiu jitsu e non per raggiungere altri che si erano avvantaggiati in modo eterodosso.
Altre cose nel frattempo si erano aggiunte a questo contrasto: il M° Orlandi aveva preso contatti con la Federazione Italiana Karatè, per l'eventuale assorbimento nella stessa del jiu jitsu come settore ed inoltre, alcuni maestri che evidentemente non avevano ben compreso il significato di "Jiu Jitsu Metodo Bianchi stile occidentale", invece di continuare a perseguire il miglioramento dello stesso, cominciarono a confonderlo con altri tipi di lotta di origine orientale.
Il risultato di tutto ciò fu una grande confusione...(omissis) così i Maestri e gli atleti Savonesi decisero di rimanere in una posizione chiarificatrice nei confronti della nuova Federazione, riservandosi di aderire alla stessa in un secondo tempo.
Il M° Rebagliati, che aveva rifiutato il IV dan, chiese spiegazioni e gli fu risposto che nulla era cambiato e gli fu ingiunto di obbedire alla imposizione della riconferma del IV dan, cosa che naturalmente egli ignorò.

DALLA POSIZIONE DI ATTESA ALLA FONDAZIONE DELL'U.G.J.

E' stato detto sopra come la Priamar di Savona si mise in una posizione di attesa chiarificatrice, ma di fatto, con il rifiuto del M° Rebagliati di accettare il IV dan, si pose al di fuori della nascente federazione.
Fu convocata una riunione di tutte le cinture superiori ed istruttori di palestra e si discusse a lungo la situazione, valutando il fatto che rimanendo isolati dalle altre sei o sette palestre federate si sarebbe corso il rischio, entro un lasso di tempo più o meno breve, di dover sospendere l'attività poiché alla lunga gli atleti si sarebbero sentiti isolati, sia per mancanza di attività agonistiche, che per carenza di interscambi di esperienze. In quella stessa riunione fu deciso di fare uno sforzo collettivo per aprire delle nuove palestre, sforzo che avrebbe significato sia il sacrificio di buona parte del tempo libero dei Maestri e degli istruttori, nonché il versamento di una quota per dare vita a tale progetto. Nacquero così i primi gruppi di jiu jitsu e gli Istruttori che partivano dalla sede dovettero percorrere migliaia di chilometri per la durata di diversi anni, prima di riuscire a forgiare in ogni sezione una persona qualificata a cui affidare il gruppo. A questo punto è doveroso dire che questi Istruttori, i quali diedero il meglio di loro stessi per la conservazione del jiu jitsu, ottenevano un rimborso spese per le loro trasferte che il più delle volte non arrivava a coprire neanche le spese di benzina sostenute per recarsi nel luogo di insegnamento, distante, a volte, più di quaranta chilometri.
Dopo qualche anno di lavoro, come descritto sopra, fu creato un organismo chiamato Unione Gruppi Jiu Jitsu (U.G.J.) che fu preposto all'inquadramento della "Dolce Arte" e gli venne dato uno statuto provvisorio, nell'attesa che fosse completata la stesura di quello definitivo, che fu redatto con atto notarile nel 1974.

LA CONFEDERAZIONE ITALIANA GRUPPI JIU JITSU
( C.I.G.J.)

Mentre a Savona i dirigenti dell'U.G.J. lavoravano alla stesura dello Statuto definitivo dell'Unione e dei relativi Regolamenti, a Genova alcune palestre che avevano aderito alla F.I.K. ne uscirono e si resero momentaneamente autonome: a questo punto tra i due gruppi ebbero luogo dei contatti.
I genovesi erano propensi alla costituzione di una nuova Federazione, mentre i savonesi, consci sia dei diversi sistemi di insegnamento che delle diversità che si erano frapposte sia pure in pochi anni di divisione, suggerirono la creazione di una Confederazione e tale punto di vista fu accettato.
Una Confederazione permetteva di lasciare intatte le diverse identità che col tempo avrebbero potuto giungere ad una unificazione spontanea, in sostituzione di una difficoltosa fusione immediata.
L'U.G.J. si incaricò della messa a punto dello Statuto confederato che fu approvato dalle due unioni di gruppi nella seduta plenaria del 16 febbraio 1972. La Confederazione Italiana Gruppi Jiu Jitsu ebbe una breve vita; i genovesi in quei pochi anni di connubio con altre discipline di origine orientale avevano buona parte dimenticato i principi che definiscono la "Dolce Arte" e così, senza giungere ad una aperta rottura, i due gruppi tacitamente e progressivamente si allontanarono…..Successivamente alcune palestre genovesi rientrarono nella F.I.K., mentre altre aderirono alla FE.SI.KA.

FORME DI DIFFUSIONE DEL JIU JITSU IN ITALIA

E' stato detto precedentemente che il Jiu Jitsu, e non solo questo, visse i suoi primi aneliti nel nostro paese grazie ai nostri marinai che ne ebbero rudimento durante la loro permanenza in oriente; piano piano, con l'accentuazione di scambi, si allargò gradatamente la cerchia di persone con discrete cognizioni di lotta giapponese e cominciarono a sorgere i primi nuclei di divulgazione. Per quanto riguarda il jiu jitsu, esso visse in qualche parte d'Italia in uno stato embrionale, intendendosi per ciò, che esso non conobbe mai un momento di diffusione autonoma, sia per le diverse tecniche dei cultori non in contatto tra loro che per la mentalità che gli si era creata intorno, tendente a confinarlo nel limbo di un settore quale l'autodifesa, complementare a volte di una lotta dall'indirizzo esclusivamente sportivo come il judo.
La genialità del M° Gino Bianchi di Genova, seppe dare alla "Dolce Arte" una precisa collocazione tramite una regolamentazione ed un adattamento alla mentalità occidentale; tale jiu jitsu, che da allora fu chiamato "Metodo Bianchi stile occidentale", fu portato avanti a livello federale nel modo che è stato descritto nelle pagine precedenti.
Molti Maestri di lotta giapponese hanno scritto, detto e dicono ancora che il jiu jitsu ha cessato di esistere, dopo tutta una serie di mutilazioni, tra le quali la più citata si riferisce alla nascita del judo, alla fine del secolo scorso.
Noi, non per spirito di polemica, ma per una doverosa difesa di ciò in cui crediamo, dei cui valori tecnici e morali siamo convinti, possiamo tranquillamente affermare che basta aprire gli occhi e guardarsi intorno per accorgersi che questa disciplina è ben viva.

DAL 1979 Al 1988
(Relazione del M° Giancarlo Giusto)

Nel 1979 l'U.G.J. viene invitata a prendere parte alla 2° Pasqua del Budo presenziata ed organizzata dal Sig. Bertoletti Direttore della Rivista Samurai e, con l'occasione viene lanciata la proposta di raggruppare sotto un'unica bandiera tutte le diverse Associazioni che si occupano di discipline di combattimento e che non si riconoscono nel cosiddetto "modello ufficiale".
Il periodo successivo è un susseguirsi di contatti e riunioni a Milano (cui parteciparono anche i rappresentanti dell'U.G.J. : il M° Rebagliati il M° Francucci e l'Istruttore Oderda G.) da cui scaturisce la formazione di una grande Confederazione che prenderà il nome di "Martial Arts Commission Italia"(M.A.C.Italia) di cui viene redatto uno statuto ed eletto Presidente il Sig. Bertoletti.
Detta Confederazione che conta ben 15.000 tesserati, ufficialmente nasce il 7 gennaio 1981 ed ha come collegamento nell'U.G.J. i Maestri Francucci Italo e Oderda Giuseppe.
Da questo momento fino al 1984-85 si partecipa alle varie manifestazioni ed aggiornamenti collettivi talvolta anche con strascichi polemici e problemi non indifferenti ma nonostante l'attività del Presidente l'Associazione tende a spegnersi e a rimanere in vita solo sulla carta.
Una cosa positiva certamente c'è stata.
L'esperienza di alzare la testa, di vedere altre tecniche, di cercare di migliorare tecnicamente ed amministrativamente la nostra Unione senza alterare i programmi di insegnamento ed i principi morali.
Intanto c'è il notevole impegno di Istruttori e Maestri che dal 1977 si ritrovano tutti gli anni, per un periodo di due o tre giorni, per sviluppare Aggiornamenti Tecnici e costruttivi corsi di insegnamento nonché la volontà sempre maggiore di unificare il metodo di insegnamento anche nei minimi particolari.
Nel 1980 è pronta la prima bozza di modifica dello Statuto che viene inviata ai vari gruppi per commenti ed eventuali modifiche al fine di arrivare all'approvazione definitiva del Collegio delle C.N., quindi stesura e sottoscrizione di un atto notarile che avverrà in data 24 febbraio 1982.
Dallo Statuto emerge e viene evidenziata la diversificazione della qualifica di Maestro dal grado di Cintura Nera. Altri punti importanti sono l'introduzione della figura del presidente, l'Assemblea dei soci, il voto e l'eleggibilità dei soci alle cariche amministrative.
Finalmente l'U.G.J. ha uno Statuto proprio, chiaro e con certi punti fermi tuttora validi perché fino ad oggi non sono ancora state apportate modifiche di alcun genere.
Nel 1979 avviene la rottura con i Maestri ingauni.
Nel 1980 il Consiglio Direttivo, dopo il richiamo non recepito del Consiglio di Disciplina, decreta l'espulsione del gruppo di Scafati per palesi violazioni delle norme statutarie.
Il 1981 è l'anno più ricco di manifestazioni e momenti collettivi, ricordiamo le più importanti:
Palasport di Savona
Palaitis di Mondovì
Palalido di Milano
Palazzo a Vela di Torino
Il 1982 è l'anno in cui esce il programma particolareggiato tuttora in vigore frutto di duro lavoro delle Cinture Nere e di alcune cinture Marroni.
Detto programma è un documento atto ad unificare sempre di più il metodo di insegnamento.
In tutti gli anni successivi fino a tutto il 1985, si è vissuto in una crisi di ideologie che hanno portato ad una dolorosa separazione con il M° Rebagliati che rassegna le dimissioni dall'U.G.J. perché non in accordo con la politica del Consiglio Direttivo.
L'U.G.J. non muore anzi si è difesa e quella che il M° Rebagliati ha sempre (e anche giustamente) considerato una "Sua creatura" ha continuato a muoversi e lavorare fino ai giorni nostri (siamo nel 1988) dove per ampliare vedute, spazi e tecniche ha aderito alla World Ju Jitsu Federation ed alla F.I.L.P.J. cercando di non perdere quel "treno" che è la continua evoluzione delle Arti Marziali.
A proposito voglio citare in conclusione poche righe scritte dal nostro fondatore M° G.Bianchi nel suo libro, "La Dolce Arte del Samuraj" per giustificare l'occidentalizzazione del suo metodo:

"Si nota il contrasto con gli orientali che lo praticano quasi come un rito restando fermi nelle tradizioni e non ammettendo aggiornamenti di sorta malgrado gli usi e i costumi siano in continua evoluzione".
(La Dolce Arte del Samurai - Genova 1956)
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