Metodo Bianchi
Stile Savonese
Da Genova alla Priamar, fino alle radici della nostra scuola di Cengio. Una storia di insegnamento, incontri e passaggi di testimone.
La forza di un salice
Un salice si piega sotto la neve, lascia scivolare il peso e torna a sollevare i rami. Intorno, altri alberi si spezzano. È una delle leggende che accompagnano il Jiu Jitsu: un’immagine semplice per raccontare l’arte di cedere alla forza, comprenderla e trovare il momento per neutralizzarla.
Dalle scuole giapponesi, dove si tramandavano sistemi di combattimento a mani nude e con armi, questa conoscenza raggiunse anche l’Italia attraverso marinai e ufficiali che avevano viaggiato in Oriente. Alla fine dell’Ottocento Jigoro Kano aveva dato vita al Judo, aprendo una nuova strada sportiva. Il Jiu Jitsu continuò il proprio cammino, e a Genova trovò in Gino Bianchi un divulgatore capace di avvicinarlo a un pubblico diverso.
Bianchi comprese che, per insegnare agli occidentali, occorreva costruire un ponte fra abitudini e culture. Riordinò le tecniche in settori numerati, utilizzò nomi italiani e adattò prese, attacchi ed entrate nelle proiezioni. Nel 1956 pubblicò La Dolce Arte del Samurai: sequenze fotografiche dettagliate, un metodo d’insegnamento e un primo abbozzo di regolamento agonistico. La “Dolce Arte” acquistava una forma riconoscibile, senza perdere il principio da cui era nata.

Alla Priamar, un nuovo modo di imparare
Da Genova il metodo raggiunse Savona, primo centro di divulgazione fuori dalla provincia genovese. Nella palestra Priamar, il Maestro Rebagliati lavorò sull’ordine dell’apprendimento: le stesse tecniche venivano proposte secondo una progressione di difficoltà, così che ogni passaggio preparasse il successivo.
Dal 1959 questa impostazione divenne il programma della Priamar. Qui prese forma lo Stile Savonese, una continuità tecnica con il Metodo Bianchi accompagnata da una precisa scelta didattica. Nell’ottobre 1960 Bianchi consegnò alla palestra il gagliardetto riservato alle società che praticavano il suo metodo, riconoscendo quel percorso come parte integrante e migliorativa del proprio lavoro.
Nello stesso anno, il primo congresso del Jiu Jitsu si tenne a Genova. Intorno alle palestre cresceva una vita comune fatta di gare, dimostrazioni e incontri, spesso a scopo benefico. Il metodo si diffondeva attraverso le persone che lo praticavano e lo insegnavano.

Quando il Maestro non c’è più
Bianchi continuò a lavorare come bidello in una scuola statale, affiancando al mestiere quotidiano una parte sempre più grande della propria vita sul tatami. Alla divulgazione unì l’impegno organizzativo: prima l’Organizzazione Ligure Divulgativa Jiu Jitsu, poi la Federazione Autonoma Nazionale Jiu Jitsu.
Nel 1964 morì mentre si recava al lavoro, sui gradini della chiesa del Carmine. Aveva insegnato la sua “Dolce Arte” a oltre cinquemila atleti. La sua assenza lasciò una domanda concreta: come dare un futuro a ciò che aveva costruito?
A Genova, i Maestri Foralosso, Orlandi e Rebagliati furono fra le cinture nere che posero le basi di un nuovo statuto. La federazione mantenne il nome F.A.N.J., come segno di continuità. Il secondo congresso, a Genova Nervi, affrontò l’ampliamento dell’attività agonistica; anche il Maestro Devoto si avvicinò al nuovo organismo.
Con il tempo emersero idee diverse sulla direzione tecnica, sui gradi e sui rapporti con altre discipline. Intorno al 1969 queste differenze portarono a una separazione e a nuovi tentativi di riunificazione. La Priamar scelse una posizione autonoma, cercando una strada che conservasse il proprio programma e la propria identità.

La strada fra una palestra e l’altra
L’autonomia aveva un prezzo: senza incontri, gare e scambi, una palestra rischiava di rimanere sola. Alla Priamar, maestri e istruttori decisero di rispondere aprendo nuovi gruppi. Misero a disposizione tempo libero, risorse e chilometri, tornando nelle diverse sedi finché un allievo preparato non fosse pronto a guidarle.
I rimborsi spesso non coprivano neppure la benzina. Eppure quelle trasferte continuarono per anni: il metodo viaggiava insieme ai suoi insegnanti, da un tatami all’altro. Fra le prime palestre nate da questo lavoro ci fu Cengio, fondata dallo stesso Maestro Rebagliati. Il suo primo istruttore, poi maestro, fu Massimo Ottone. È qui che questa storia incontra direttamente le radici della nostra scuola.
Dalla rete dei gruppi prese forma l’Unione Gruppi Jiu Jitsu, accompagnata inizialmente da uno statuto provvisorio. Le nuove palestre trovavano così un riferimento comune, mantenendo viva l’impostazione tecnica della Priamar.
Nel 1972, il dialogo con alcune palestre genovesi aveva aperto un’altra possibilità: collaborare senza rinunciare alle rispettive identità. Il 16 febbraio fu approvato lo statuto della Confederazione Italiana Gruppi Jiu Jitsu. L’esperienza ebbe vita breve; le diverse realtà ripresero gradualmente percorsi autonomi. Rimase, però, la ricerca di un equilibrio fra appartenenza, confronto e libertà d’insegnamento. L’UGJ proseguì il proprio cammino e nel 1974 diede forma definitiva al suo statuto con un atto notarile.
Allargare lo sguardo
Dal 1977 maestri e istruttori dell’UGJ si ritrovarono ogni anno per due o tre giorni di aggiornamento tecnico e di lavoro sull’insegnamento. L’obiettivo era rendere il programma sempre più condiviso, fino ai particolari che danno coerenza alla pratica quotidiana.
Nel 1979, alla seconda Pasqua del Budo organizzata dal Maestro Bertoletti, si aprì il confronto con altre associazioni di discipline di combattimento. Alle successive riunioni di Milano parteciparono, per l’UGJ, Rebagliati, Francucci e Oderda. Da quei contatti nacque la Martial Arts Commission Italia, costituita il 7 gennaio 1981 e presieduta da Bertoletti, con circa quindicimila tesserati. Francucci e Oderda ne curarono il collegamento con l’Unione.
Il 1981 fu anche un anno ricco di manifestazioni: Savona, Mondovì, Milano e Torino ospitarono importanti appuntamenti collettivi. Intanto si lavorava allo statuto, sottoscritto con atto notarile il 24 febbraio 1982. Furono chiariti la distinzione fra qualifica di maestro e grado di cintura nera, il ruolo del presidente, l’assemblea e la partecipazione dei soci alle cariche amministrative. Nello stesso anno uscì il programma tecnico particolareggiato, frutto del lavoro di cinture nere e marroni: un riferimento comune per chi insegnava nei diversi gruppi.
Continuare, anche quando le strade si dividono
L’esperienza della Martial Arts Commission si esaurì progressivamente verso il 1984–1985, ma aveva permesso di conoscere altre tecniche e di confrontare modi diversi di organizzare una scuola. Per l’UGJ, aprirsi significava migliorare senza smarrire il programma e i principi morali che univano i gruppi.
Nel 1985, dopo anni di divergenze con il Consiglio Direttivo, Rebagliati lasciò l’UGJ. Per un’organizzazione cresciuta grazie al suo impegno fu un passaggio difficile. Il lavoro dei gruppi, degli insegnanti e degli allievi proseguì, custodendo quanto era stato costruito e cercando nuovi spazi di confronto.
Nel 1988, punto conclusivo di questo racconto, l’UGJ aveva aderito alla World Jiu Jitsu Federation e alla F.I.L.P.J. La prospettiva era quella dell’Unione che continuava il proprio percorso: ampliare le conoscenze e partecipare all’evoluzione delle arti marziali, conservando una base tecnica condivisa.
Già nel libro del 1956 Bianchi aveva motivato l’adattamento del metodo osservando che usi e costumi cambiano. Quel pensiero accompagnava anche questa nuova fase: studiare ciò che si è ricevuto e trovare il modo di trasmetterlo a chi viene dopo.
Un filo che arriva al nostro tatami
Per la Waza Do di Cengio, questa vicenda appartiene alla storia della propria formazione. Il legame passa dalla Priamar, dal Maestro Rebagliati e dal lavoro di Massimo Ottone, e arriva alle generazioni che hanno continuato ad allenarsi e a insegnare nella nostra palestra.
Oggi la Waza Do Jiu Jitsu non fa più parte dell’UGJ. Raccontarne il percorso fino al 1988 significa riconoscere una parte delle nostre origini, distinguendo quella stagione storica dall’appartenenza associativa attuale.
La storia di Cengio nasce dunque da un passaggio di testimone: dagli insegnamenti della Priamar a una nuova palestra, e da quella prima generazione a chi oggi ne prosegue il cammino. Sul nostro tatami, questa eredità continua a vivere nel lavoro di ogni lezione.
Racconto rielaborato dalle testimonianze del M° Rebagliati e del M° Giancarlo Giusto. La ricostruzione del percorso dell’Unione Gruppi Jiu Jitsu si conclude nel 1988.
